Due funi fiorite scendevano dal cielo stellato. Silenziose spingevano un prezioso trono di foglie dove una regina bambina si levava verso l’infinito, ora a destra, ora a sinistra. Il suo vestito bianco sollevato da un vento leggero disegnava un sorriso. La fanciulla presa dalla sua beatitudine, con lo sguardo spinto nel vuoto, sembrava non vedere il prato che la ospitava e non ascoltare i canti d’amore che si levavano dalle melodiose voci dei cantori che la circondavano.

Fuori da questa isola felice c’era un’altra bambina seduta sulle spalle solide e forti di un giovane uomo, in piedi in cima alla recinzione di una villa, tanto in alto perché la piccola non perdesse nulla dello spettacolo del sogno della vita e della forza della primavera.

Era un 30 di aprile di tanti anni fa a Terni.

L’altalena era un carro di maggio. La bambina spettatrice ero io, sulle spalle di mio padre. La casa la foresteria dell’acciaieria in Corso Tacito.

Il piacere di quella notte è restato in me come un dolce ricordo per tutta la vita.

Anno dopo anno, il 30 di aprile, nella notte del Cantamaggio ternano, sono sempre  passata sotto quella casa alberata. Paziente ho aspettato che la magia si ripetesse.

Nel tempo i carri di maggio hanno assunto per me un significato diverso, ma mi hanno sempre attratto con rinnovato piacere.

Ho cominciato a capirne il significato allegorico, a goderne l’arte istoriata, ad apprezzare il duro lavoro dei maggiaioli, a condividerne il messaggio e a provare la gioia dell’essere, per una notte, insieme a tanta gente disponibile al riso, pronta alla battuta ironica, alla critica aspra, ma accomunata dai ricordi, aperta al nuovo, unita nelle radici che cantano la poesia della primavera e nelle speranze che auspicano un futuro rigenerato.

E ancora mi sono calata tra le carte per entrare nelle viscere del Cantamaggio, per leggere anche il non scritto, scoprirne la forza che lo anima, il rapporto di amore e di odio con la città , le loro storie strettamente intersecate da 114 anni.

Ho apprezzato, poi, la sua predisposizione naturale ad integrare culture diverse: proprio lui che nasce come atto poetico contro l’industrializzazione e che per un destino beffardo ne diventa anche l’espressione.

Perché non scrivere la storia di questa festa che è sempre più patrimonio culturale di una comunità attraverso la narrazione di ricordi condivisibili?

E che ognuno di noi sia il cantastorie del proprio cantamaggio.

Fiori, farfalle, fisarmoniche, mandolini, uova, vino, luci, ombre, carta, trasparenze, presenze, assenze ….Una memoria collettiva da salvare e da godere.